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Nel corso della sua vita e della sua carriera, Eduardo è stato un grande guerriero, un rivoluzionario, come pochi ne abbiamo avuti. Ha condotto a partire da questa commedia un’aperta lotta contro la nascente società borghese. E lo ha fatto non negli anni sessanta, nel corso del boom economico, quando era evidente ai più, ma immediatamente a ridosso della seconda guerra mondiale, quando l’evoluzione capitalistica della società italiana era davvero in una fase embrionale. La sua sensibilità, gli ha permesso di vedere in anticipo quella realtà clamorosamente denunciata, anni dopo, da Pasolini. E proprio in occasione della morte di Pasolini, suo compagno ideale di lotta, ebbe a dire: “io so distinguere morti da morti e vivi da vivi. Pasolini era davvero un uomo adorabile ed indifeso, era una creatura angelica, che abbiamo perduto e che non incontreremo più come uomo. Ma come poeta diventa ancora più alta la sua voce e sono certo che pure gli oppositori di Pasolini oggi riusciranno a capire il suo messaggio e quello che ci ha voluto dire, perché ci servirà a tutti.”. Il loro forte legame è testimoniato anche dalla poesia che Eduardo scrisse per lui:
“Non li toccate quei diciotto sassi
che fanno aiuola con a capo issata
la «spalliera» di Cristo.
I fiori, sì, quando saranno secchi,
quelli toglieteli,
ma la «spalliera», povera e sovrana,
e quei diciotto irregolari sassi,
messi a difesa di una voce altissima,
non li togliete più
Penserà il vento a levigarli,
per addolcirne gli angoli pungenti;
penserà il sole a renderli cocenti,
arroventati come il suo pensiero;
cadrà la pioggia e li farà lucenti,
come la luce delle sue parole;
penserà la «spalliera» a darci ancora
la fede e la speranza in Cristo povero.”
Vengo alla commedia de quo. Non so quale sia la peggiore tra la miseria morale e quella materiale. Eduardo sottolinea che dopo la prima guerra mondiale c’era tanta miseria materiale, eppure nella ristrettezza della vita quotidiana c’era un orgoglio, uno stile, una regola. A tutto si poneva rimedio con “Evviva il soldato italiano!”, slogan che tanto inorgogliva quanto lasciasse la pancia vuota. Dopo la seconda guerra mondiale, nella commedia, come nella società civile, tutti abiurano la propria natura e condizione, per essere catapultati e centrifugati dal capitalismo nella società dei consumi. Nessuno vuole rinnovare il ricordo dell’immediato passato o rincorrere scatti patriottici ormai desueti. Tutti voglio dimenticare, convinti che il futuro che li aspetta sarà prospero, generoso e colmo di tutto ciò che nel recente passato è a loro mancato. Tutto, però, ha un prezzo. Per l’arricchimento, tutti, nessuno escluso, devono cedere qualcosa. In questo nuovo mondo, Gennaro, che in fondo è l’unico dei personaggi che ha visto da vicino anche la seconda guerra mondiale, osserva al suo rientro, dopo la prigionia, una società alla deriva. Il pubblico aspetta la sua definitiva disfatta, ovvero la sua omologazione ai nuovi ideali borghesi, ma così, per nostra fortuna, non è. Lui non appartiene alla categoria di quelli di “così fan tutti”. Il suo messaggio è chiaro. Quando tutto sembra essere perduto, spetta alla famiglia e in particolare al padre presidiare quell’ultimo avamposto. Spetta al padre recuperare una figlia altrimenti irrimediabilmente perduta. Spetta al padre dissuadere il figlio dal pericolo per i facili guadagni. Spetta al marito sottolineare alla moglie, narcotizzata dal denaro frutto di estorsioni e raggiri, della necessità di difendere il focolare domestico. “A da’ passa a nuttata” non suona così come una mesta e triste rinuncia al recupero di tutto il buono che è salvabile, ma al contrario come un auspicio per un futuro migliore, considerata la determinazione posta nella lotta. “Che è succiesso” è il riconoscimento del tradimento dei valori della famiglia e del vivere civile da parte di Amalia, che è costretta a subire l’umiliazione di essere valutata per quella che è dal ragionier Spasiano. Questa constatazione, tuttavia, la salva e la rende ancora degna moglie e madre in quella famiglia.
Da parte mia, pur concordando pienamente con la visione eduardiana, mi sento di dire che l’alba tarda a venire….